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L'assenza di diagnosi differenziale è un elemento che costituisce la responsabilità del medico e rende l'errore non facile da scusare. La terza sezione civile della Cassazione smonta una pronuncia della Corte d'appello di Trieste, che aveva respinto la domanda di risarcimento per la morte di una bimba di tre anni, avanzata dai genitori nei confronti di una pediatra e di alcuni medici del nosocomio di Monfalcone e dell'Istituto Burlo Garofolo.
Nel 1991 la bambina accusò disturbi intestinali, vomito e febbre. La pediatra prescrisse un antipiretico e dopo due giorni un antibiotico. Il giorno successivo peggiorarono però i disturbi intestinali, per cui la piccola viene ricoverata all'ospedale di Monfalcone con la diagnosi di addome acuto. Dopo 45 minuti dall'ingresso, se ne decide il trasferimento all'Irccs Burlo Garofolo di Trieste dove i medici accertano anche un addensamento a carico del polmone destro. Ne segue la diagnosi di addome acuto da peritonite: la bimba è portata d'urgenza in sala operatoria per una laparotomia esplorativa, ma muore appena indotta l'anestesia per una miocardite derivante da infezione virale influenzale, evoluta in broncopolmonite.
I professionisti hanno sbagliato diagnosi e che quell'errore «fu causa della morte della bambina», sottoposta ad anestesia per una «inutile (e poi ineseguita) laparotomia esplorativa». Va perciò spostata l'attenzione sulla scusabilità dell'errore: è stato o meno provocato da colpa professionale? Per la Cassazione, sul punto «la sentenza d'appello non argomenta in modo giuridicamente e logicamente appagante». I giudici di merito hanno omesso di rilevare la grave mancanza di diagnosi differenziale, che invece avrebbe permesso di "leggere" gli stessi sintomi in maniera diversa, come evidenzia la letteratura medica mettendo in guardia dal "falso addome acuto".
La pediatra ha curato la bimba per quattro giorni senza mai consigliare una radiografia toracica e prescrivendo in ritardo l'antibiotico; i medici dell'ospedale di Monfalcone, che esplicitamente esclusero la presenza di un'affezione delle vie respiratorie e che formularono per primi l'errata diagnosi; i sanitari del Burlo, che non fecero la diagnosi differenziale e che omisero le indagini pre-operatorie. L'«eccessiva segmentizzazione della vicenda» ha nociuto sia alla paziente sia alla valutazione dei giudici di merito, ha concluso la Cassazione. (Fonte: eDott. 22.07.2010).








