• Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
  • dark
  • light
  • leftlayout
  • rightlayout

Morire in Carcere

There are no translations available.

Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di giugno 2009, in Italia, registra 11 nuovi casi: 6 suicidi, 3 decessi per malattia e 2 per cause da accertare. Tra le circostanze ricorrenti nei casi giunti a definizione dalle opportune indagini giudiziarie, stanno suicidi, assistenza sanitaria disastrata, episodi di overdose ed intossicazioni accidentali da assunzione di sostanze o farmaci per uso voluttuario (in primis, psicofarmaci ed inalanti di uso domestico)
Alcuni esempi, già all’attenzione della stampa:

Suicidio: 10 giugno 2009, carcere di Crotone
 
Antonio Chiaranza, 32 anni, si è tolto la vita impiccandosi nella cella della Casa Circondariale di Crotone. Vi si trovava detenuto dopo l’omicidio della moglie, insegnante di 37 anni, nella loro abitazione di Pallagorio. L’uomo, già reo confesso poche ore dopo il fatto, era stato di conseguenza sottoposto a fermo. Sempre sorvegliato a vista dagli agenti di polizia penitenziaria, durante la notte, una settimana dopo il delitto, ha approfittato del momento in cui le guardie controllavano gli altri reclusi, impiccandosi con le lenzuola. A motivazione, il probabile rimorso per il delitto, la paura del futuro che l’attendeva, dentro e fuori dal carcere.
Durante l’omicidio, i due figlioletti, di 3 e 4 anni, dormivano nella stanza accanto. (Ansa, 11 giugno 2009)
 
 
Malattia: 14 giugno 2009, carcere di Lanciano (Ch)
 
Charles Omofowan, di 32 anni, cittadino nigeriano, è deceduto nel carcere di Lanciano il 14 giugno 2009. Sembra sia morto per infarto. I detenuti, a seguito del suo decesso, hanno scritto una lettera di protesta al Magistrato di Sorveglianza. (Il Centro, 22 giugno 2009)
 
Detenuto nigeriano morto per attacco epilessia (Ansa, 23 giugno 2009)
 
Sarebbe morto in conseguenza di un edema polmonare acuto da soffocamento a seguito di epilessia il detenuto nigeriano Charles Omofowan, secondo l’esito dell’autopsia condotta dal medico legale, Dr. Ivan Melasessa. Il detenuto era solo in cella quando è stato male, con irrigidimento degli arti e viso sul cuscino.
Gli altri detenuti inviano un comunicato di protesta al magistrato di sorveglianza, nella quale si denunciano più situazioni "stressanti" di cui l’extracomunitario sarebbe stato vittima. Se e in che misura la morte è correlabile alle condizioni di vita all’interno del carcere dovrà essere accertato dall’inchiesta avviata dalla Procura.
Contemporaneamente, agitazione del personale di custodia, "Non è possibile che un agente che lavora a stretto contatto con persone private della libertà", si afferma nel documento dei sindacati della polizia penitenziaria, "debba lavorare sotto stress aggiuntivo imposto da un’amministrazione sorda a ogni sollecitazione sulle problematiche di lavoro".
 
Cause da accertare: 16 giugno 2009, carcere di Venezia
 
Un altro morto nel carcere di Santa Maria Maggiore. Dopo il giovane marocchino trovato impiccato il 4 marzo scorso, è deceduto un veneziano, Rino Gerardi, 38 anni. Detenuto per traffico di sostanze stupefacenti e, secondo annotazioni di indagine preliminare sarebbe deceduto a seguito dell’inalazione di gas della bomboletta in uso nelle celle per alimentare il fornello per preparare il cibo in cella. Il pubblico ministero Stefano Buccini ha disposto l’autopsia, eseguita dal medico legale Silvia Tambuscio.
Senza ombra di dubbio quello del giovane extracomunitario era stato un suicidio, mentre per Gerardi questa certezza non c’è. Sono molti, infatti, i detenuti che utilizzano il gas come surrogato di una droga, alla ricerca di effetti euforizzanti simili a quelli offerti dall’ebbrezza etilica. Nelle celle, ormai, a Santa Maria Maggiore in Venezia ci sono i letti a tre piani, materassi per terra. Dunque, è doppia la pena per chi è rinchiuso: c’è la limitazione della libertà, ed il sovraffollamento, la promiscuità, l’assenza di diritti imposta dalle condizioni disumane di molte carceri italiane. Per il detenuto marocchino deceduto tre mesi fa, intanto, è giunta agli sgoccioli l’inchiesta del pubblico ministero Massimo Michelozzi. (La Nuova Venezia, 17 giugno 2009)
 
Detenuto trovato morto, ritorna l’ipotesi del suicidio (La Nuova Venezia, 19 giugno 2009)

Suicidio: 18 giugno 2009, Brindisi (Caserma Carabinieri)
 
Ieri sera nella caserma dei Carabinieri di San Michele Salentino (Brindisi) un extracomunitario si è tolto la vita utilizzando un lungo lembo della fodera del materasso per impiccarsi.
L’uomo, un marocchino sprovvisto di documenti e presunto clandestino, era stato condotto all’interno della caserma, in stanza di sicurezza, perché accusato del furto di una bicicletta, e di aver interrotto una funzione funebre, importunando una suora. L’uomo, giudicato dai carabinieri "psicolabile", è stato tratto in arresto dagli stessi militari dopo la chiamata al 112 effettuata da alcuni partecipanti al funerale.
Terminate le prime procedure e gli accertamenti, l’uomo è stato rinchiuso dai militari all’interno della camera di sicurezza presente nella caserma e dotata di un lettino. Lasciato da solo tra i pochi metri quadri della cella, stando alla ricostruzione realizzata dai carabinieri, l’uomo è riuscito a togliersi la vita, utilizzando i pochi materiali a sua disposizione.  (Ansa, 19 giugno 2009)
 
Suicidio: 21 giugno 2009, carcere di Civitavecchia (Rm)
 
Una detenuta italiana di 35 anni si è impiccata nella sua cella in carcere. La donna, con un passato di tossicodipendenza, avrebbe dato recentemente segni di disturbi psichici. A Civitavecchia era stata trasferita la settimana scorsa dal carcere romano di Rebibbia, in vista di un successivo trasferimento in un ospedale psichiatrico giudiziario. La detenuta già in passato avrebbe tentato il suicidio, pertanto erano state adottate nei suoi confronti tutte le misure opportune: cella singola, senza oggetti che avrebbero potuta indurla ad atti di autolesionismo, sorveglianza da parte degli agenti penitenziari ogni 10 minuti. La donna ha comunque colto il minimo intervallo di tempo intercorrente tra un controllo e l’altro per mettere in atto il proprio intento, utilizzando indumenti intimi annodati alle barre della cella. (Ansa, 21 giugno 2009)
 
 
Questi sono solo alcuni dei fatti accaduti nelle carceri Italiane. Testimoniano più aspetti di difficoltà gestionale: certo vi sono l’inadeguatezza degli ambienti e della sorveglianza, anche se in alcuni casi le dinamiche suicidiarie sembrano quasi inevitabili. Purtroppo, nonostante ogni intento di sorveglianza e di “bonifica” ambientale, la determinazione al gesto estremo di una mente sconvolta spesso può più di ogni accortezza preventiva, anche quando attuata con i migliori intenti da chi amministra.
Altre situazioni pongono invece seri interrogativi sull’efficienza e la tempestività del servizio sanitario carcerario, cosiccome sulla pachidermica lentezza di attivazione di alcune misure alternative di sorveglianza, che tutelino in modo definitivo ed adeguato al salute di alcuni casi particolari.
Infine, alcuni casi apparentemente ascritti a suicidio, sono invece da ricondursi alla tendenza del detenuto a soddisfare le proprie esigenze di tossicodipendenza, con qualsivoglia prodotto o modalità. Non infrequentemente detenuti in trattamento disassuefativo trafugano o semplicemente occultano al fine di “accumularli” e “tesaurizzarli” gli psicofarmaci loro somministrati per il trattamento della tossicodipendenza. In molti casi il detenuto consuma queste sostanze per cercare l’oblio, oppure inala gas propellenti di facile disponibilità (bombolette per riscaldare i cibi).
Solo una diligente, perita e moderna indagine medico legale può rivelare con precisione la causa della morte e fornire gli indispensabili elementi per desumere la più probabile dinamica del decesso. Tempestività e competenza nell’indagine di sopralluogo, che deve prevedere la presenza del medico legale sul luogo del decesso, è condizione iniziale indispensabile per un adeguato orientamento delle indagini. Analogamente, l’autopsia giudiziaria deve giovarsi di indagini forensi ancillari, complete e condotte secondo le moderne tecniche. Infine l’indagine giudiziaria e medico legale si giova del concreto supporto dell’attività di avvocati e patologi forensi che è opportuno vengano consultati dai familiari del defunto, onde contribuire alla necessaria chiarezza, cosiccome dai potenziali indagati, non ultimo il personale dell’amministrazione carceraria dedito alla sorveglianza, cosiccome dai compagni di cella che in alcune occasioni possono venir più o meno giustamente sospettati.
Per ulteriori informazioni,  www.fsiunit.it/it/richiestaconsulenza.html